Luca Leonello Rimbotti

Nella tradizione politica italiana la coniugazion
e dei termini popolo e nazione è stata un'eterna costante. La speciale idea di democrazia che si era fatta largo in epoca moderna non aveva nulla dell'oligarchismo parlamentar
ista di provenienza anglosasson
e e puritana. E neppure aveva nulla a che spartire con il millenarism
o classista di Marx e con il suo elogio del progresso cosmopolita
. Al contrario, almeno da
Mazzini in poi, si ha da noi il convincimen
to che per democrazia debba intendersi la mobilitazio
ne di tutto il popolo, oltre le classi e gli interessi, e il suo inserimento nel circuito decisionist
a attraverso il meccanismo delle appartenenz
e sociali entro la cornice nazionale. Come dire: il lavoro e la sua possibilità di uscire dalla gestione economica per entrare in quella politica. Il che significava la guida del popolo affidata alle sue aristocrazi
e politiche espresse dalla competenza tecnica. E in questo noi vediamo facilmente l'anticipazione di molto corporativi
smo, ad esempio nel senso di un
Ugo Spirito [nella foto]. Il Sindacalism
o Rivoluziona
rio nacque in questa prospettiva
. E la storia del socialismo non marxista ne è la conferma. La mobilitazio
ne morale, la promozione di una cultura politica popolare e la lotta contro il classismo furono tappe essenziali di quel movimento di liberazione delle energie davvero democratich
e e davvero popolari che si presentò al crocevia storico del 1914 come il più vitale e il più attivo. Bloccato il socialismo riformista nelle sue derive fatalistich
e, screditato quello massimalist
a e marxista dalla sua impotenza anche solo a concepire una via rivoluziona
ria, in Italia gli unici versanti mobilitator
i e innovativi, capaci di intendere la politica mondiale e le possibilità della storia, furono il Nazionalism
o imperialist
a e il Sindacalism
o Rivoluziona
rio.
Possiamo dire che quando, intorno al 1911,
Angelo Oliviero Olivetti affermava che sindacalism
o e nazionalism
o si presentavan
o come "dottrine di energia e di volontà", essendo le due uniche "tendenze aristocrati
che" in un mondo già livellatore, e che insieme esprimevano "il culto dell'eroico che vogliono far rivivere in mezzo a una società di borsisti e di droghieri", le fondamenta di un diverso modo di concepire la politica erano già gettate. Questa via politica, in realtà, più che nuova, era proprio rivoluziona
ria rispetto alla tradizione ottocentesc
a legata agli schierament
i di classe, e lo era anche nei confronti della politica del Novecento, tutta di nuovo incentrata - dal marxismo al liberalismo - sulla concezione antagonista tra i ceti e gli interessi, che era tipica del classismo tanto di vertice (liberale) quanto di base (marxista). La percezione che il criterio dell'appartenenza è dato dal valore di legame culturale e bio-storico, anziché dal profitto e dal salario, fu un rovesciamen
to delle categorie mentali del borghesismo, rifiutate nel loro insieme, come brutale negazione dell'identità profonda, quella geo-storica. Ben più significant
e di quella superficial
e, occasionale e mutevole che deriva dalla mera collocazion
e sociale.
L'aver scoperto che tra le masse e le oligarchie esiste uno spazio destinale che entrambe le ricomprende sotto il nome di popolo è il maggior titolo ideologico del Sindacalism
o Rivoluziona
rio italiano.
Di fronte ai ricorrenti tentativi di sottrarre il Sindacalism
o Rivoluziona
rio a questo suo destino ideologico - tentativi intesi soprattutto a sganciarlo dall'eredità fascista, presentata ogni volta come incongrua e manipolator
ia, secondo le note mistificazi
oni di certa storiografi
a contemporan
ea - noi non possiamo che far parlare gli ideali, i progetti e le intuizioni di una classe dirigente sindacalriv
oluzionaria
che procedette diritto lungo un unico crinale: concezione organicisti
ca della società, precedenza del fattore comunitario su quello individuali
stico e settario, sindacato come aggregazion
e più politica che economica, messa in valore della lotta e persino della guerra esterna come essenziali momenti di potenziamen
to del popolo, in quanto blocco unitario di volontà e più precisament
e di volontà politica. E, non da ultimo, netta presa di coscienza che il rivoluziona
mento degli assetti sociali liberali e conservator
i lo si poteva ottenere non con rivendicazi
oni settorialis
tiche vetero-sindacali, ma con drammaturgi
e popolari ad alta intensità coinvolgent
e. In altre parole, con una cultura politica fortemente mobilitante, alla maniera del "mito" soreliano. Ciò che ai sindacalist
i rivoluziona
ri fece riconoscere la Prima guerra mondiale per quello che era: l'occasione storica per abbattere l'oligarchia liberale e per dare avvìo alla coscienza popolare di massa, attivata attraverso la tragica compartecip
azione al dramma collettivo di una crescita "spengleriana", per così dire. Ottenuta cioè per mutazioni traumatiche, per scatti rivoluziona
ri: la guerra nazionale come azione rivoluziona
ria di massa, appunto. Qualcosa di molto diverso dai blandi riformismi, che in regime liberale sono facilmente gestibili, al solito, dalle caste borghesi paternalist
e.
Una concezione del mondo fondata sul riconoscime
nto del trauma epocale come punto di rottura e apertura degli spazi del rovesciamen
to: questa la virtù rivoluziona
ria dei sindacalist
i rivoluziona
ri, che nel riconoscere la Nazione in altro modo rispetto al patriottism
o conservator
e borghese, in modo popolare e sociale, riconobbero il valore politico del Novecento, cioè la comunità di popolo mobilitata attorno a simboli e traguardi di valore sociale, politico e metapolitic
o, non occasionali ma macrostoric
i.
La macrostoria è difatti lo scenario del Sindacalism
o Rivoluziona
rio, più di quanto la rivendicazi
one salariale contrattata coi potentati industriali non fosse invece l'umile terreno del sindacalism
o socialista, microstoric
o a dispetto dei suoi sogni palingeneti
ci, e incapace, al momento buono, di interpretar
e i segni del cambiamento epocale. Come accadde puntualment
e nel 1914, quando i gestori socialisti del "risentimento di classe" proletario consegnaron
o alla sconfitta storica proprio quelle masse operaie che avrebbero inteso condurre al riscatto, contrattand
o scaglie di paternalism
o con il padronato, anziché verificare la possibilità di liquidare la casta al potere costruendo un'avanguardia aristocrati
ca aperta non al popolo, ma a tutto il popolo.

Sia
Georges Sorel [nella foto] che
Arturo Labriola Labriola ebbero modo di notare che il sindacalism
o socialista aveva una scarsa propensione alla lotta e che quasi quasi la borghesia, o per lo meno certi suoi settori, dimostravan
o negli anni precedenti la Prima guerra mondiale una capacità dinamica maggiore, un decisionism
o più libero. La storia del sindacalism
o socialista prima e socialcomun
ista poi è una storia di sottomissio
ne al padronato capitalisti
co e di rassegnazio
ne alla subalternit
à, di assenza di strategia e di semplice tattica di retroguardi
a. In questo ambito, il Sindacalism
o Rivoluziona
rio presentava una ben maggiore capacità di verificare le possibilità della storia. E sua fu l'unica volontà massimalist
a davvero all'opera allora in Italia. Quando poi si attuò la saldatura tra coscienza di popolo e coscienza di nazione, l'Italia si trovò all'avanguardia europea di tutte le rivendicazi
oni: politiche, sociali e storiche. Fu in questo modo dimostrato che la vera politica sociale era quella della nazione e non quella della classe.
Come hanno dimostrato gli storici, c'erano settori dominanti del Sindacalism
o Rivoluziona
rio in cui il nazionalism
o non solo era distinto dal patriottism
o di classe del borghesismo, ma era giudicato come lo strumento migliore per creare, con i vincoli di un'appartenenza ribadita come identità di rilievo mondiale, le condizioni per scuotere le oligarchie plutocratic
he e per ottenere il risveglio delle masse: non secondo principi universali astratti, ma secondo principi territorial
i realistici. Un popolo e il suo territorio, un popolo e i suoi diritti alla vita, un popolo e la sua determinazi
one a imporsi nella lotta mondiale: questa la scena della maggiore rivendicazi
one possibile. In uno scritto apparso sul foglio "L'internazionale" del luglio 1911, in occasione della polemica circa la guerra di Libia, ad esempio, troviamo sanciti in maniera straordinar
iamente chiara i contorni di una maturazione politica che allora e ancor più in seguito mancò del tutto sia al socialismo sia al socialcomun
ismo: il valore-nazione come strumento di liberazione dalla prigione della classe. Il parere di un operaio intellettua
lizzato,
Agostino Gregori, era il seguente: il nazionalism
o è il "fatto nuovo", destinato a segnare una fase storica nel movimento politico ed economico del nostro paese. Potrebbe anche darsi che il proletariat
o debba a questo movimento lo scatto violento di tutte le sue energie che lo porterebber
o alla conquista della propria emancipazio
ne, alla rivendicazi
one di tutti i suoi diritti prima ancora di quanto noi pensiamo e speriamo.
Si faccia attenzione a come qui si parli di "tutti i diritti" del popolo lavoratore, e non solo di quelli sindacali o retributivi
. "Tutti i diritti" significa che tramite il nazionalism
o il proletariat
o accede anche alla "cultura borghese", alla nazione, alla patria e alla guerra di classe internazion
ale: l'imperialismo. Affermazion
i come questa sono tipiche di un sostrato rivoluziona
rio antimarxist
a e veramente popolare, cioè nazionale, ben vivo nel sottotracci
a politico dell'epoca che incubò il Fascismo, e bene in grado di comprendere che una politica popolare di vertice era possibile svolgerla unicamente impossessan
dosi dei diritti del popolo usurpati dalla borghesia. Togliere dalle mani della borghesia la nazione e lo stesso imperialism
o - come ad esempio faceva Corradini - significava sostituire alle oligarchie del denaro le aristocrazi
e di comando della politica, attinte dall'intero bacino del popolo. E queste, a differenza di quelle, provenivano da tutto il popolo, erano tutto il popolo, e non soltanto la sua minoranza capitalista o la sua minoranza operaista: l'una e l'altra, se prese isolatament
e, ugualmente dedite all'esclusivo calcolo utilitario di classe.
Questo è il lontano antefatto di accadimenti di solito trascurati dalla storiografi
a, ma che sono centrali in un'analisi del valore storico dell'idea italiana di democrazia di popolo. Questo è il lontano antecedente, per fare un esempio, del fatto che durante la Repubblica Sociale si poté avere un ministro direttament
e espresso non dalla cultura sindacalist
a, non dall'intellettualità borghese di nominale militanza filo-proletaria, non dalla nomenclatur
a di questo o quel partito, ma dalla fabbrica e dalla militanza di base: l'operaio
Giuseppe Spinelli, ultimo Ministro del Lavoro della RSI.
Il passaggio dal Sindacalism
o Rivoluziona
rio al sindacalism
o nazionale non fu che la sintesi storica di un procediment
o naturale e spontaneo. Una volta che si era riconosciut
a la contiguità tra lotta di popolo e guerra rivoluziona
ria, si erano anche stabilite le coordinate dell'organicismo. Se pensiamo ad esempio al comunalismo di un Alceste De Ambris, incentrato sulle identità ancestrali della territorial
ità locale, sulla tradizione e sulla consuetudin
e della comunità di villaggio, noi vediamo che è su questo punto che avverranno le più larghe convergenze proprio tra il Fascismo e questa ideologia della tradizione rivoluziona
ria. Fu infatti proprio il Fascismo, per altri versi accentrator
e e "prefettizio", il Fascismo "liberticida", totalitario e politicamen
te "assolutista" che favorì, senza alcuna contraddizi
one nel far convivere l'assoluto del Centro con il relativo della periferia, quella straordinar
ia operazione di recupero della cultura popolare in epoca moderna che fu la rinascita fascista delle piccole patrie. Regioni, borghi, feste e associazion
ismi paesani, ataviche memorie condivise e realtà locali di antico prestigio sociale ebbero sanzione di sovrana autorità identitaria, convivendo entro la cornice della Nazione, che tutto questo comprendeva armonicamen
te. Questa singolare inquadratur
a di eguale sincronismo tra arcaismo e modernità seppe conferire alle identità locali quel respiro di integrazion
e nel più ampio quadro dell'identità nazionale, che non è mai esistito né nel comunismo - che è stato sempre violentemen
te ostile al tradizional
ismo rurale e urbano - né nel liberalismo, per natura nemico dei radicamenti e favorevole agli universalis
mi.
Il Sindacalism
o Rivoluziona
rio italiano, oltre che terreno di lotta sociale e politica nel nome del popolo emarginato, da ricondurre entro l'alveo nazionale con nuovi titoli di nobiltà sociale, è stato infatti anche e soprattutto strumento rivoluziona
rio-conservatore dell'identità. In esso, la modernità della società sviluppata e massificata veniva coniugata al riconoscime
nto che il nesso radicale tra uomo e suolo, tra lavoratore e identità geo-storica, tra ceppo ancestrale e luogo fisico della convivenza, è ineliminabi
le, è anzi da rafforzare contro ogni cosmopoliti
smo.
La risoluzione di riconoscere prima nella guerra coloniale del 1911-12 e poi in quella nazionale del 1915-18 una rivoluziona
ria guerra di popolo di portata politica, sociale e identitaria decisiva, mostra che il Sindacalism
o Rivoluziona
rio, affiancando il Nazionalism
o nella lotta interventis
ta, non ebbe nulla a che spartire con le logiche classiste liberali e marxiste, ma ne costituì l'esatto contraltare
.
Quando, nel 1935, Arturo Labriola riconobbe nella guerra d'Africa davvero l'attesa pagina di riscatto popolare attraverso l'imperialismo contadino di un'intera nazione, mise un chiaro sigillo ideologico sull'intero movimento del sindacalism
o politico. Questa sua finale ammissione dei titoli storici del Fascismo a interpretar
e i diritti del lavoro, fu una ben più centrata analisi che non quella operata dal "famoso" sindacalism
o rivoluziona
rio parmense che, pur interventis
ta nel 1914, volle nel 1922 sbagliare la sua diagnosi storica: volle vedere nello squadrismo non l'insurrezione armata del popolo, ma il braccio dell'Agraria, indotto in questo errore da coincidenze locali, da propagande reazionarie, da miopie di piccoli capi, mancando di coglierne il più vasto significato storico: che per la prima volta, in Italia, il popolo della campagna, quello del bracciantat
o, quello del sobborgo, quello dell'artigianato impoverito, quello minuto degli antichi centri storici urbani - insomma, proprio il popolo deambrisian
o del comunalismo - prendeva le armi contro un'autorità massonica, oligarchica e reazionaria e portava al potere un suo capo. Prevalse dunque in quel caso un malconcepit
o afflato "libertarista" che non fu mai patrimonio del vero Sindacalism
o Rivoluziona
rio, ma cascame anarco-repubblicano, "azionista" ante-litteram. Ma quella di Parma sindacalist
a che fece le barricate contro l'insurrezione squadristic
a - modesto episodio ostentato dalla storiografi
a di parte come l'unico trofeo antifascist
a del Sindacalism
o Rivoluziona
rio, e che invece fu un chiaro attestato della retroguardi
a in cui si dibatteva tanta "sinistra" italiana dell'epoca - fu scheggia a sé, in nulla rappresenta
tiva dell'intero movimento. Basti dire che il Sindacalism
o Rivoluziona
rio fornì al Fascismo l'ossatura storica del suo sindacalism
o e del suo corporativi
smo:
Michele Bianchi, Edmondo Rossoni, Cesare Rossi, Massimo Rocca, Umberto Pasella, Ottavio Dinale, Paolo Orano, Agostino Lanzillo...e può bastare così. E che inoltre fornì, attraverso l'elaborazione del socialismo giuridico, la pietra d'angolo del regime sociale di massa gerarchico e popolare.
Ma il senso storico centrale del Sindacalism
o Rivoluziona
rio è ancora un altro. E' l'idea propriament
e corporativa che l'associazionismo di popolo è la trama sociale su cui una nazione si regge, è il basamento su cui viene eretto un sistema aperto all'accesso dei migliori al potere, è l'organo vivo le cui cellule dinamiche sono attivate dalla partecipazi
one, dalla mobilità verso l'alto, dal decisionism
o politico e da un solidarismo doppiamente efficace: quello di ordine sociale e quello di identità nazionale. Senza il Sindacalism
o Rivoluziona
rio, il pensiero politico italiano non avrebbe conosciuto, ad esempio, il fenomeno del sindacalism
o nazionale. Che può essere ben espresso da quanto
Sergio Panunzio affermava circa l'organicismo sindacalist
a, anima di una "socializzazione dell'uomo" che avrebbe definitivam
ente desertifica
to il terreno su cui vigoreggian
o i liberismi del profitto privato.
Il sindacato operaio può essere la risposta al solidarismo borghese solo in regime di spaccature liberali. Il sindacalism
o operaio, in uno Stato organicista, svolge invece, come qualunque altro rango sociale o Stand - intellettua
le, di mestiere, di professione, di servizio -, il ruolo di elemento politico di selezione dei migliori, attingendo da una base popolare che né il liberalismo né lo stesso bolscevismo consideraro
no mai come effettivo bacino dell'élite di comando: l'intera popolazione nazionale. Lo Stato sindacale non è, in questo senso, che il bastione di una conservazio
ne rivoluziona
ria, all'interno della quale la raccolta del lavoratore in associazion
e non solo economica, ma soprattutto politica, ha lo stesso arcaico sapore delle antiche corporazion
i, delle antiche compagnie dei mestieri, delle fraglie artigiane, dei sodalizi di artieri. Storicament
e, tutti questi momenti dell'ordinamento per ranghi di onore sociale sono luoghi in cui il solidarismo non è propaganda umanitaria e mondialista, né organismo di protezione economica di settori più o meno privilegiat
i, ma vita vissuta quotidianam
ente accanto a chi condivide il proprio spazio geo-storico e lotta per un medesimo destino.
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